domenica, Giugno 20, 2021
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IUS SOLI: un diritto controverso

Particolarmente dibattuta in politica è quella specifica modalità di acquisto della cittadinanza conosciuta col nome di “ius soli” ovvero il diritto secondo il quale chiunque nasca sul suolo di una determinata nazione ne diventa automaticamente cittadino.

Secondo la definizione fornita sul sito del Ministero dell’Interno, con l’espressione “ius soli” si suole fa riferimento alla nascita di una persona sul “suolo” cioè sul territorio dello Stato, presupposto giuridico per l’acquisizione del corrispondente diritto di cittadinanza. Sulla base di ciò, lo ius soli si contrappone allo “ius sanguinis“, imperniato invece sull’elemento della discendenza o della filiazione: in altri termini, in questo caso la cittadinanza viene attribuita tenendo conto di quella dei genitori.

Per i Paesi che applicano lo ius soli, cittadino originario è dunque chi nasce sul territorio dello Stato, indipendentemente dalla cittadinanza posseduta dai genitori.

Secondo la normativa italiana – Legge n. 91 del 5 febbraio 1992, la quale, modificata ed integrata nel tempo, disciplina tanto i modi di acquisto (in capo agli individui) che di richiesta (da parte degli stranieri) – la cittadinanza  è quivi riconosciuta applicando il principio dello ius sanguinis, rispetto al quale lo ius soli rimane solo un’ipotesi residuale di acquisto del diritto, allorquando ricorra una delle seguenti circostanze:

  1. se nasce sul territorio italiano da genitori apolidi;
  2. se nasce sul territorio italiano da genitori ignoti;
  3. se nasce sul territorio italiano da genitori che non possono trasmettere – secondo la legge dello Stato di provenienza – la propria cittadinanza.

Fatta questa premessa in merito alle contrapposte modalità di acquisizione del diritto di cittadinanza, con riferimento, invece, alle modalità di domanda da parte degli stranieri, la cittadinanza italiana può essere richiesta per matrimonio o per residenza, rispettivamente, ai sensi dell’art. 5 e 9 della citata legge.

Art. 5 – Il coniuge, straniero o apolide, di cittadino italiano acquista la cittadinanza italiana quando risiede legalmente da almeno sei mesi nel territorio della Repubblica, ovvero dopo tre anni dalla data del matrimonio, se non vi è stato scioglimento, annullamento o cessazione degli effetti civili e se non sussiste separazione legale.

Art. 9 – La cittadinanza italiana puo’ essere concessa con decreto del Presidente della Repubblica, sentito il Consiglio di Stato, su proposta del Ministro dell’interno:

a) allo straniero del quale il padre o la madre o uno degli ascendenti in linea retta di secondo grado sono stati cittadini per nascita, o che è nato nel territorio della Repubblica e, in entrambi i casi, vi risiede legalmente da almeno tre anni, comunque fatto salvo quanto previsto dall’articolo 4, comma 1, lettera c);

b) allo straniero maggiorenne adottato da cittadino italiano che risiede legalmente nel territorio della Repubblica da almeno cinque anni successivamente alla adozione;

c) allo straniero che ha prestato servizio, anche all’estero, per almeno cinque anni alle dipendenze dello Stato;

d) al cittadino di uno Stato membro delle Comunità europee se risiede legalmente da almeno quattro anni nel territorio della Repubblica;

e) all’apolide che risiede legalmente da almeno cinque anni nel territorio della Repubblica;

f) allo straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica.

In Italia, come visto, opera lo ius sanguinis come regola generale, mentre lo ius soli è residuale, a differenza di altri Paesi.

Nondimeno, bisogna specificare che lo ius soli può essere di tipo incondizionato o condizionato.

Col termine Ius soli automatico e incondizionato si indica il puro diritto “del suolo”, ossia la normativa secondo la quale l’acquisizione della cittadinanza dipende dal territorio ove l’individuo nasce, indipendentemente da qualsivoglia altra circostanza o situazione concomitante. Unico fattore ad essere preso in considerazione, quindi, è lo Stato di nascita.

Col termine Ius soli condizionato, invece, si indica un diritto del suolo non puro, in quanto applicato a condizione che, concomitante alla nascita sul territorio dell’individuo, vi sia la regolare residenza di almeno uno dei genitori per un certo periodo di tempo che dipende da Stato a Stato.

L’attribuzione del diritto di cittadinanza implica il riconoscimento dello status di cittadino italiano e, per l’effetto, di una serie di diritti e doveri civili, politici e sociali di fondamentale importanza.

Naturalmente, l’applicazione dello ius soli libero e incondizionato ha raccolto sostenitori e detrattori.

I primi ritengono che lo ius soli sia un diritto fondamentale della nostra Carta Costituzionale, in favore dei figli di immigrati, nati e cresciuti in Italia, ai quali verrebbe riconosciuta per la possibilità di attività essenziali per un corretto sviluppo dell’individuo e della sua personalità.

I secondi, invece, interpretano il riconoscimento del diritto in questione agli stranieri in termini di apertura incontrollata e potenzialmente pericolosa per la sicurezza territoriale e collettiva.

A prescindere dalle implicazioni politiche di questa evidentemente spinosa questione, sarebbe auspicabile adottare una linea di equilibrio costituzionalmente orientato e di compromesso democratico, sia in considerazione della peculiare situazione nazionale che rispetto agli altri Paesi Europei.

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