mercoledì, Settembre 22, 2021
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Siamo donne, oltre alle gambe c’è di più

La parità di genere è un principio fondamentale dell’Unione Europea purtroppo ancora distante dalla realtà, soprattutto a seguito della pandemia. 

Per quanto riguarda il nostro Paese, da più fronti si manifesta l’urgenza di sollecitare le istituzioni e sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema.

È ormai innegabile l’importanza strategica di una maggiore partecipazione attiva e sostanziale delle donne al mercato del lavoro, ma anche della società nel suo complesso di cui rappresenta già una leva di fatto.

Ogni intervento mancato è un giorno in più che non fa altro che esacerbare sterili polemiche, strumentalizzazioni, crisi di valori.

In assenza di adeguate politiche di sostegno e culturali, il gender wage gap è un fardello dal quale difficilmente le donne riusciranno a smarcarsi, anche a causa dell’impoverimento da Covid-19.

La penalizzazione cui sono state esposte per via della pandemia è stata duplice: 

  • diretta nei settori essenziali, ove hanno subito più degli uomini le conseguenze del contagio; 
  • indiretta nei settori congelati dalla quarantena, dove sono state e sono più soggette al rischio di compressioni retributive ed occupazionali.

Se dovessimo azzardare una motivazione a tale livello di arretratezza (naturalmente non volontaria ma necessitata da fattori esogeni), i dati che ci fornisce una recente ricerca de Il Sole 24ore ci suggeriscono come la famiglia e le esigenze di cura siano il principale limite di un processo di sviluppo e crescita paritetiche.

Cosa significa?

Ciò che intendo dire è che la maternità e la cura di figli, di anziani magari non autosufficienti, disabili e categorie variamente disagiate grava sulle spalle delle nostre donne in termini assolutamente sproporzionati fra i generi ed interessa il 65% delle stesse fra i 25 e i 49 anni.

Come si vede, una fascia d’età astrattamente fondamentale per chi volesse dedicarsi alla crescita professionale ma che, per fatto originariamente imputabile a cultura e tradizioni risalenti, difficilmente estirpabili, impone alle lavoratrici una scelta inesorabile.

E qui torniamo ad un pensiero che in altre occasioni ho avuto modo di esprimere, anche a titolo di provocazione: le quote rosa mi lasciano perplessa, perché credo che il talento, le abilità e le competenze non possano essere genderizzate.

Trovo anomalo che si debba adottare una politica di genere per rimuovere un gender gap come qualunque altra forma di discriminazione.

Nondimeno, non mi convince l’eguaglianza a tutti i costi, preferisco piuttosto pensare che uomo e donna siano diversi ma non per questo in conflitto: sarò ingenua, ma credo che la migliore politica da promuovere sia quella che valorizzi le differenze di genere e al contempo si traduca in un dialogo tra generi fatto di complementarietà e solidarietà.
Naturalmente ciò deve presupporre la parità di accesso alle chance e opportunità ed in questo non posso che concordare sul fatto che servano sostegno e agevolazioni.

Ognuno è diverso e concorre al Tutto e ciò non è altro che valore e ricchezza. 

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