domenica, Giugno 20, 2021
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La creatività si esercita: ecco a voi La Pratica, il nuovo libro di Seth Godin

Quando ho iniziato a leggere La Pratica, non sapevo a cosa sarei andata incontro.

Confesso di non aver mai letto prima d’ora un libro di Seth Godin e, forse con un pizzico d’incoscienza, ho deciso di inaugurare la mia rubrica Pump Up the Volume proprio con lui.

Cercavo un libro sul marketing e l’hype che si era creato attorno a questa uscita mi ha definitivamente convinta: il concetto di base, ovvero che la creatività si possa praticare, è stato sicuramente la leva fondamentale.

Da lì ho dunque realizzato la mia prima video-recensione – uscita sui miei canali social Instagram e Facebook – che vi invito a guardare, qualora non lo aveste ancora fatto.

Da lì ho dunque deciso di pubblicare anche la versione testuale di quella recensione, con la premura di non farne una mera trascrizione, anzi.

Seth Godin è un guru del marketing internazionale, famosissimi ormai i suoi Questo è il marketing e La mucca viola. Peccato che, per i non addetti ai lavori (e non solo, mi viene da dire…) quest’autore sia noto ai più per le molteplici citazioni che si rincorrono nel web, fatte più o meno a proposito.

Perché ho scelto proprio questo libro?

Come sapete, mi occupo di diritto d’impresa e legal management e mi appassiona la comunicazione come componente strategica del business: in pratica, è stato il libro a venire da me, non potevo rifiutarmi di leggerlo e di condividere il frutto delle mie riflessioni, ed ora capirete il motivo di tanto entusiasmo.

Qual è l’assunto preliminare dal quale Godin parte? Che lo vogliamo o no, le nostre vite seguono uno schema, la maggior parte del quale è stato stabilito. Non è detto che di questo schema noi siamo perfettamente consapevoli o padroni. Nell’ambito di questo percorso che chiamiamo vita, c’è naturalmente spazio per la creatività. La creatività come guizzo, in quanto tale, non si ripete, a differenza del percorso creativo, nel senso che segue uno schema. Pertanto, se il percorso creativo si ripete secondo uno schema, questo vuol dire che la creatività si può praticare.

Quindi, cosa ci sta dicendo Godin? Che la creatività, dal punto di vista processuale, può e deve essere praticata per alimentarsi e consentire allo schema di avanzare e, per l’effetto, a noi di esprimerci, personalmente ma soprattutto professionalmente, dal momento che il nostro lavoro è un processo creativo.

Ma cosa c’è alla base della pratica? La fiducia nel proprio IO. Godin ci invita ad osservare lo schema nel quale viviamo e ad individuare la nostra pratica, ovvero ciò che ci porta a creare. Secondo l’autore, infatti, le persone che hanno trovato la propria cifra espressiva sono quelle che hanno reso la creatività una pratica. Avere fiducia non coincide con sicurezza: è sufficiente comportarsi “come se” quella fiducia fosse già insita in noi e praticarla nel senso di esercitarla quotidianamente. Fiducia è un impegno nella pratica, decidere di assumere un ruolo e far accadere il cambiamento, indipendentemente da eventuali incidenti di percorso.

Qual è lo scopo del processo creativo? Per quanto il punto di partenza sia il proprio IO, Godin sottolinea il fatto che il lavoro creativo non possa essere fine a se stesso, cioè egoriferito, ma debba indirizzarsi al prossimo. La creatività dunque è implicitamente un atto di generosità, intesa come condivisione di un qualcosa.

Cos’è questo qualcosa? Il cambiamento. La creatività ha come scopo quello di provocare un miglioramento nella vita degli altri che nel nostro lavoro trovano risposta alle proprie domande o soluzioni ai propri problemi.

Cosa intende Godin quando afferma che la creatività si pratica? La creatività non è quindi un fenomeno, un accadimento isolato, è una scelta perché è l’impulso del nostro procedere, è intenzionalità. La pratica di scegliere la creatività e di dare dunque uno scopo al nostro processo creativo è prima di tutto un impegno verso il processo stesso, non immediatamente diretto al risultato.

L’autore ci invita a emanciparci da una vita di lavaggi del cervello che non ha avuto altro effetto se non quello di determinare il nostro agire solo in funzione di risultati quantificabili e di inculcarci l’idea che l’insuccesso sia la mancanza di un risultato e che ciò sia fatale.

Cosa vuole comunicarci Godin quando afferma “iniziate dal punto in cui siete“? Anzitutto, che non dobbiamo demonizzare le sconfitte. Gli obiettivi efficaci non sono tali in base al risultato finale ma lo sono in quanto impegni nel processo. Ciò non ci esimerà dagli errori, dagli incidenti di percorso, dai fallimenti, dalle critiche.

Come reagire di fronte agli ostacoli? Da questo punto di vista, l’autore ci rassicura dicendo che quando la pratica non funziona, è semplicemente un’opportunità per migliorarla. Abbiamo detto che la pratica è una scelta. Possiamo impararla, esercitarla e possiamo ripeterla di nuovo, fino ad innescare quel processo creativo che determina il famoso cambiamento. 

Ma tutto questo gran parlare di processo, dove ci dovrebbe portare, secondo Godin? L’autore ci sprona affinché il nostro lavoro non sia mediocre, non sia popolare, ovvero destinato a chiunque e ci raccomanda di non cedere all’effetto ronzino!

Cos’è l’effetto ronzino di cui ci parla e perché sarebbe incompatibile con la creatività? Il ronzino è colui che smonta e riproduce tutto il lavoro, nella maggior parte dei casi si limita a copiare processi altrui o già collaudati, ma non ha un punto di vista, non ha un impegno, agisce senza consapevolezza. Solo la coscienza di condividere la nostra creatività con taluni consente di sviluppare quella che Godin definisce creatività empatica e ci candida a soddisfare i clienti migliori, in base al principio di adesione e corrispondenza tra domanda e offerta.

D’altronde, la scelta di accontentare solo qualcuno implica che la pratica possa essere talvolta un insuccesso. Non cedete alla scorciatoia del cliente meno impegnativo, alla massa, al lavoro mediocre. I clienti mediocri vogliono un lavoro a buon mercato e popolare. I clienti mediocri vogliono e si accontentano di un ronzino, uno qualunque. I clienti migliori esigono invece lavori migliori. Pagano di più (il processo creativo è generoso, mica gratuito). Parlano bene di noi.

Cosa significa questo? Il nostro primo cliente è il lavoro stesso: dobbiamo mettere da parte ciò di cui abbiamo bisogno noi e concentrarci su quello di cui ha bisogno il lavoro. Non possiamo o dobbiamo raggiungere tutti. Raggiungiamone 10 che aderiscano al nostro lavoro. Il lavoro ci sta ingaggiando per aiutarci a far accadere un cambiamento.

Quel cambiamento dovrà essere per qualcuno e non per tutti. Dunque, non temete le critiche. Semplicemente, non state creando per coloro che vi criticano solo per provocarvi e offendervi, ai quali – in fondo – basta un ronzino.

Cosa vuole dirci in conclusione Godin? Che nessuno di noi può essere superman. Ma almeno scegliete di non essere chiunque. Scegliete di non essere per chiunque. Fate pratica per essere il migliore del mondo nell’essere VOI.

Diventate di genere, che non vuol dire essere generici. Ci sono molti mercati. Voi dovete scegliere il vostro, quello per cui ha un senso il vostro creare.

Trovate il vostro mercato a cui corrisponderà il vostro schema. Trovato quello schema, oltrepassate il margine che altro non è se non la leva verso il cambiamento.

L’unico modo per conoscere i limiti del nostro schema è varcarli. Siate curiosi, siate coraggiosi, siate creativi (…vi ricorda forse qualcuno?). La pratica del lavoro è l’unico modo per essere creativi.

La creatività si pratica. La pratica è una scelta.

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