giovedì, Agosto 5, 2021
Home BLOG News La routine non è mai stata tanto affascinante

La routine non è mai stata tanto affascinante

Intanto grazie a Maria Caterina Capurro, per avermi fatto rivalutare il concetto di routine e, forse, anche di coaching. Eccoci qui, ho letto il manuale scritto dalla coach Maria Caterina Capurro, Il potere della routine, edito per Anteprima Edizioni, il quale ci introduce a buone pratiche di autocoaching per performance di successo.

Lo so, mi rendo conto che tutto ciò potrebbe destare in alcuni scettici più di una perplessità – derivante ahimè dall’abuso di certe espressioni, teorie, concetti oltre che ad un uso quasi distorto del coaching – ma vi posso assicurare che questo libro rappresenta una lettura piacevole e ha il pregio di presentare la routine sotto una luce inedita.

Si parla appunto del potere di questa routine, e tutti a chiedersi: come? la routine è potente?! ma non era noiosa? Ecco, la Capurro riesce nell’ardua impresa di connotare positivamente, produttivamente e “potentemente” il concetto di routine, assumendone l’importanza strategica in funzione del raggiungimento dei nostri obiettivi di successo.

Si parte dalla constatazione della umana fallibilità e dal fatto che, nonostante ciò e chissà come, esistano invece persone in grado di realizzare performance brillanti. Secondo la tesi dell’autrice e dalle interviste effettuate nel tempo a personaggi famosi del mondo dello spettacolo, dello sport e del business, dunque, queste ultime avrebbero sviluppato almeno due capacità, frutto peraltro di una “scelta” di successo, ovvero conoscano se stesse e sappiano come utilizzare le proprie risorse interne e le proprie emozioni. Naturalmente, tutto questo non significa che non ci possano essere momenti di tensione, difficoltà o crisi ma che quelle persone abbiano trovato il modo di gestire gli stati cosiddetti depotenzianti a vantaggio di quelli potenzianti e preordinati al raggiungimento di performance vincenti.

Come si inserisce la routine in tale discorso? qual è il potere della routine? Partendo dal presupposto che la routine sia una sequenza di azioni svolte pressoché in modo automatico, si giunge a valorizzare e strumentalizzare proprio questa sua caratteristica, ovvero quella di occasione e luogo per porre in essere delle pratiche di preparazione alla performance vera e propria. Il potere più grande della routine è dunque quello di condurci a uno stato – inteso come condizione mentale, emozionale e fisica complessiva di una persona in un dato momento – positivizzante e, appunto, potenziante.

Ma come facciamo ad arrivare a quello stato? Dobbiamo fare un viaggio dentro di noi, ricostruendo i passaggi che ci hanno portato a risultati di successo, individuandone gli stati potenzianti e infine facendo in modo di chiamarli a sé ogniqualvolta quella condizione serva per realizzare una performance efficace. In altri termini, serve esercizio, scelta e consapevolezza, ovvero in un termine, gestione.

Le persone che hanno raggiunto l’eccellenza sono maestre nell’attingere alle parti più ricche di risorse del loro cervello, ed è questo che le distingue dal branco. Quel che dovete soprattutto ricordare è che i vostri stati d’animo hanno un enorme potere e che voi potete controllarlo. Non sta scritto da nessuna parte che dovete essere alla mercé di qualunque cosa vi capiti” (Robbins, 2005).

Secondo l’autrice, quindi, il potere della routine risiederebbe nel farci accedere velocemente a uno stato e utilizzare questo potere richiede che la routine sia gestita consapevolmente, per fare in modo di entrare nello stato più funzionale alla nostra attività e al risultato che desideriamo ottenere: ecco così che la routine diventa il segreto e lo strumento del nostro successo.

Il potere della routine si esplica anche sotto un altro punto di vista, ovvero nella capacità di far fronte a crisi e cambiamenti, se non addirittura agli insuccessi. Infatti, “nessuno vince sempre e non è questo il punto, si tratta piuttosto di mettersi nello stato ottimale per essere all’altezza della situazione e per dare il meglio di sé, o quantomeno non il peggio“, affrontando e gestendo situazioni depotenzianti e sviluppando perciò l’arte della resilienza.

Certamente, si tratta di discorsi soggettivi e personali, tuttavia è possibile riconoscere un merito a questo libro, ovvero quello di smarcarsi dalla logica del successo fine a se stesso ed anzi ribaltarne la nota visione: il successo non porta la felicità ma è la felicità – intesa come insieme di stati potenzianti – ad essere lo strumento per realizzare performance vincenti. La scelta sta a noi.

Must Read