Pubblicato il Maggio 12, 2024

La comodità delle Smart City nasconde un’economia della sorveglianza che monetizza le tue abitudini quotidiane, ma rinunciare alla tecnologia non è la soluzione.

  • Ogni volta che usi la geolocalizzazione per il traffico o il Wi-Fi pubblico, alimenti un mercato di data broker che profila e vende i tuoi spostamenti.
  • Esistono strategie concrete, dalla gestione delle autorizzazioni all’uso di strumenti come SPID, per sfruttare i servizi urbani in modo consapevole e sicuro.

Raccomandazione: L’unica vera difesa è la cittadinanza digitale attiva: imparare a usare gli strumenti digitali con consapevolezza critica per proteggere la propria privacy senza tornare all’età della pietra.

Quella notifica sullo smartphone che ti avvisa di un parcheggio libero a pochi metri dalla tua destinazione sembra una piccola magia quotidiana. Così come l’app che ricalcola il percorso in tempo reale per farti evitare il traffico del mattino. Questi sono i benefici tangibili della Smart City, la città intelligente che promette di semplificare le nostre vite attraverso la tecnologia. Paghiamo il parcheggio con un clic, segnaliamo una buca con una foto, monitoriamo l’arrivo dell’autobus con precisione chirurgica. Ma c’è un costo, e non è quello monetario.

La narrazione comune si ferma spesso qui, esaltando un futuro di efficienza e comodità. Tuttavia, dietro ogni servizio “smart” si cela un flusso invisibile di dati. Le nostre abitudini, i nostri spostamenti, le nostre preferenze vengono raccolti, analizzati e, molto spesso, venduti. Molti articoli si limitano a consigliare di leggere le informative sulla privacy, un consiglio tanto ovvio quanto inefficace. La verità è che siamo di fronte a un’asimmetria di potere: noi cediamo informazioni preziose in cambio di servizi, senza comprendere appieno il valore di ciò che stiamo dando né chi ne beneficerà alla fine.

Ma se la vera questione non fosse “connettersi o disconnettersi”? E se invece di subire passivamente la tecnologia, potessimo imparare a usarla a nostro vantaggio, in modo critico e consapevole? Questo articolo non ti dirà di buttare via lo smartphone, ma ti fornirà un manuale di cittadinanza digitale attiva. Esploreremo l’economia sommersa dei data broker, analizzeremo i rischi concreti del Wi-Fi pubblico e demistificheremo le paure infondate per concentrarci sui veri pericoli. Infine, vedremo come gli stessi strumenti digitali, se usati correttamente, possano trasformarci da semplici utenti a cittadini che riprendono il controllo dei propri dati e della propria città.

Per navigare con chiarezza in questo complesso ecosistema urbano digitale, abbiamo strutturato l’analisi in punti chiave. Questo percorso ti guiderà dai rischi più subdoli alle strategie di difesa più efficaci, trasformando la tua percezione dei servizi che usi ogni giorno.

Perché lasciare la geolocalizzazione sempre attiva espone le tue abitudini ai data broker?

Il gesto più semplice, lasciare attiva la geolocalizzazione sul telefono per comodità, è la porta d’ingresso principale all’economia della sorveglianza urbana. Non si tratta di un’esagerazione paranoica, ma di un modello di business consolidato. Mentre tu ottieni la posizione del bar più vicino, aziende specializzate, i cosiddetti data broker, raccolgono e aggregano miliardi di questi segnali GPS anonimi per creare profili dettagliati delle tue abitudini. Sanno a che ora esci di casa, quale percorso fai per andare al lavoro, dove fai la spesa e quali luoghi frequenti nel weekend. Un’inchiesta recente ha rivelato che oltre 2 milioni di persone sono state tracciate in Italia in sole due settimane, creando un quadro spaventosamente preciso della vita quotidiana di cittadini ignari.

Questi dati, una volta raccolti, vengono venduti al miglior offerente. Come spiega chiaramente Federprivacy nel suo report sui rischi della geolocalizzazione:

I dataset possono contenere milioni di stringhe di codici identificativi, coordinate, orari e indirizzi IP, e coloro che acquistano le banche dati possono essere agenzie pubblicitarie ma anche investigatori privati o aziende di assicurazioni che possono ricostruire con precisione spostamenti, abitudini e relazioni personali.

– Federprivacy, Report sui rischi della geolocalizzazione

L’aggregazione di queste informazioni permette di dedurre dati sensibili: affiliazioni politiche basate sulla partecipazione a manifestazioni, condizioni di salute dedotte da visite a specifiche cliniche, o persino relazioni personali. Il problema non è la singola informazione, ma il mosaico che essa compone insieme a tutte le altre. La “convenienza” di non dover attivare il GPS ogni volta ha un prezzo invisibile ma altissimo: la mercificazione delle tue abitudini più intime.

Come usare i dati del traffico in tempo reale per risparmiare 20 minuti ogni mattina?

Nonostante i rischi, negare l’utilità dei dati nella vita urbana sarebbe sciocco. Le applicazioni di navigazione che usano dati sul traffico in tempo reale sono l’esempio perfetto del lato positivo della Smart City. Sfruttando i dati di geolocalizzazione aggregati (e, si spera, anonimizzati) di migliaia di altri utenti, questi algoritmi possono prevedere ingorghi, incidenti o lavori in corso, proponendo percorsi alternativi che possono far risparmiare tempo e carburante. Il beneficio è concreto: arrivare al lavoro meno stressati, ridurre l’inquinamento e migliorare il flusso generale del traffico cittadino.

L’illusione visiva di un flusso di traffico ottimizzato, dove ogni veicolo segue un percorso efficiente, non è più solo fantascienza. È il risultato di una complessa analisi dei Big Data che trasforma il caos apparente delle ore di punta in un sistema più ordinato e prevedibile. La chiave, tuttavia, è partecipare a questo sistema senza diventare un prodotto. È possibile beneficiare della navigazione intelligente senza cedere la totalità della propria privacy.

Vista aerea di un incrocio urbano con auto che seguono percorsi evidenziati da luci colorate

Il segreto sta nella minimizzazione proattiva dei dati. Non si tratta di disattivare tutto, ma di fornire solo le informazioni strettamente necessarie, per il tempo strettamente necessario. Si può avviare la navigazione e poi limitare l’accesso alla posizione una volta arrivati, utilizzare le modalità in incognito che non salvano la cronologia degli spostamenti o persino creare profili separati sui propri dispositivi. Adottare queste pratiche permette di ottenere il meglio dei due mondi: la comodità della tecnologia e la protezione della propria sfera privata.

Il tuo piano d’azione per una navigazione sicura

  1. Punti di contatto: Elenca tutte le app che usano la geolocalizzazione (Google Maps, Waze, mappe del produttore, app di trasporto pubblico).
  2. Raccolta: Controlla le impostazioni di ogni app. La cronologia delle posizioni è attiva? L’accesso è “sempre” o “solo mentre l’app è in uso”?
  3. Coerenza: Confronta le autorizzazioni concesse con l’uso reale. Un’app meteo ha davvero bisogno della tua posizione precisa 24/7?
  4. Memorabilità/emozione: Attiva la modalità “incognito” o “privata” prima di un viaggio. Nota come questo non influisca sulla funzionalità ma protegga la tua cronologia.
  5. Piano d’integrazione: Imposta l’autorizzazione alla posizione su “Chiedi ogni volta” o “Solo mentre l’app è in uso” per le app di navigazione. Disattivala completamente per le altre.

L’errore di controllare il conto in banca dal Wi-Fi della metro che ti espone agli hacker

La tentazione è forte: durante un lungo tragitto in metropolitana, approfittare del Wi-Fi gratuito per sbrigare qualche commissione, come controllare il saldo del conto o effettuare un pagamento. Questo è uno degli errori più comuni e pericolosi per la sicurezza dei propri dati. Le reti Wi-Fi pubbliche non criptate sono un terreno di caccia ideale per gli hacker che utilizzano tecniche come “man-in-the-middle” per intercettare tutto il traffico che passa tra il tuo dispositivo e il router. In pochi istanti, le tue credenziali di accesso, i dati della carta di credito e altre informazioni sensibili possono finire nelle mani sbagliate.

Questo non significa che le amministrazioni pubbliche siano necessariamente malintenzionate. Anzi, spesso i dati raccolti dalle reti Wi-Fi vengono usati per scopi legittimi di miglioramento del servizio. Un esempio virtuoso è quello dell’azienda dei trasporti di Londra, che ha analizzato gli spostamenti dei passeggeri connessi al Wi-Fi per monitorare l’affollamento delle stazioni. Crucialmente, il progetto prevedeva l’immediata pseudonimizzazione dei dati, rendendo impossibile risalire ai singoli individui e garantendo che i dati aggregati non venissero incrociati con altre informazioni personali. Questo dimostra che un uso etico dei dati è possibile, ma non elimina il rischio di attacchi esterni sulla rete.

Il vero problema è l’enorme valore economico dei dati che transitano su queste reti, che incentiva la loro raccolta sia da parte di attori legittimi che illegittimi. L’industria dei data broker è un business colossale, con un valore che dimostra quanto siano preziose le nostre informazioni. Secondo le stime, il mercato globale dei data broker è in continua crescita, con proiezioni che indicano un valore di 270,4 miliardi di dollari nel 2024. Collegarsi a una rete pubblica senza precauzioni è come lasciare la porta di casa aperta in un quartiere dove tutti sanno che custodisci oggetti di valore.

5G e salute: cosa dice davvero la scienza rispetto alle bufale che girano online?

Nessun dibattito sulla tecnologia urbana è completo senza affrontare la questione del 5G. Spesso, la discussione viene dirottata su preoccupazioni per la salute, alimentate da disinformazione e teorie del complotto. È fondamentale essere chiari: allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, le principali organizzazioni sanitarie internazionali e nazionali concordano sul fatto che le onde radio utilizzate dal 5G, essendo non ionizzanti, non hanno l’energia sufficiente per danneggiare il DNA umano e causare problemi di salute come il cancro. Il dibattito pubblico è spesso un’arma di distrazione che ci impedisce di vedere i veri problemi legati alla privacy e alla gestione dei dati.

Il 5G non è né buono né cattivo in sé; è un’infrastruttura. La sua enorme capacità di banda e la bassissima latenza abiliteranno un numero senza precedenti di dispositivi connessi (IoT), dalle auto a guida autonoma ai sensori ambientali, passando per i frigoriferi intelligenti. Questo è il vero cuore della questione: un’esplosione di dati raccolti in ogni angolo della città e della nostra vita. Il vero rischio del 5G non è per la nostra salute fisica, ma per la salute della nostra privacy. Per gestire questa mole di informazioni in modo etico, le città devono adottare principi di protezione dei dati fin dalla progettazione (privacy by design).

Per capire come una Smart City dovrebbe gestire i dati in modo responsabile, possiamo fare riferimento a un quadro di principi basato sul GDPR. Come illustrato in una recente analisi sui principi di protezione dati, ogni progetto dovrebbe essere trasparente e minimizzare la raccolta di informazioni.

Principi di Protezione Dati nelle Smart City
Principio Descrizione Implementazione
Minimizzazione dati Raccogliere solo dati strettamente necessari Valutazione preventiva delle finalità
Limitazione finalità Usare i dati solo per scopi dichiarati Consenso informato dei cittadini
Sicurezza Protezione da cyber attacchi Crittografia e aggiornamenti costanti
Trasparenza Informare i cittadini sul trattamento Comunicazione chiara delle politiche

Quando usare l’identità digitale (SPID) per segnalare degrado urbano al comune in 2 minuti

Se da un lato la digitalizzazione espone a rischi, dall’altro offre potenti strumenti di cittadinanza digitale attiva. Lo SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) non è solo una chiave per accedere ai servizi della Pubblica Amministrazione, ma può diventare un’arma per migliorare concretamente il proprio quartiere. Molti comuni italiani offrono portali o app dove è possibile, autenticandosi con SPID, fare segnalazioni certificate riguardo a problemi come buche stradali, lampioni non funzionanti, rifiuti abbandonati o atti di vandalismo. Questo trasforma il cittadino da passivo osservatore a parte attiva nella gestione del bene pubblico.

L’uso di un’identità verificata come SPID conferisce alla segnalazione un peso maggiore rispetto a un post anonimo sui social media. L’amministrazione sa che dietro quella richiesta c’è un cittadino reale, il che può accelerare i tempi di intervento e creare un canale di comunicazione diretto e tracciabile. È un esempio perfetto di come la tecnologia, se ben implementata, possa rafforzare il legame tra cittadini e istituzioni.

Mano che tiene smartphone con schermata sfocata mentre fotografa una buca stradale

Questa spinta verso la trasparenza e la partecipazione non è solo un’utopia. Alcune città europee stanno già sperimentando modelli avanzati. Un caso di studio illuminante è l’Algorithm Register di Amsterdam. La città ha creato un registro pubblico online che illustra in modo chiaro e accessibile tutti gli algoritmi utilizzati dall’amministrazione per erogare servizi, dal controllo dei parcheggi all’assegnazione degli alloggi popolari. Questo livello di trasparenza permette ai cittadini e ai ricercatori di capire come vengono prese le decisioni automatizzate, promuovendo un dibattito pubblico informato e la responsabilità algoritmica.

Come proteggere finestre e porte con sensori wi-fi senza abbonamenti mensili?

La logica della Smart City non si ferma ai confini della città, ma entra nelle nostre case attraverso i dispositivi IoT (Internet of Things) per la domotica. Sensori per porte e finestre, termostati intelligenti, videocamere di sorveglianza: tutti promettono sicurezza e comodità, spesso a basso costo e senza abbonamenti mensili. Tuttavia, ogni dispositivo connesso a Internet è una potenziale porta d’accesso per gli hacker e una fonte di dati per le aziende che li producono. La domanda è: come beneficiare della sicurezza della domotica senza creare nuove vulnerabilità?

La chiave è scegliere sistemi che diano all’utente il controllo sui propri dati. Molti prodotti economici inviano costantemente dati a server cloud situati in chissà quale parte del mondo, rendendo l’utente dipendente da un’infrastruttura esterna e opaca. L’alternativa esiste: optare per soluzioni che processano i dati localmente. Utilizzare un hub domotico open source come Home Assistant, ad esempio, permette di creare un sistema di sicurezza potente e privato. I dati dei sensori rimangono all’interno della rete domestica e sei tu a decidere se e quali informazioni inviare all’esterno.

Un’altra strategia fondamentale è la segmentazione della rete. Creare una rete Wi-Fi separata (VLAN) esclusivamente per i dispositivi IoT isola questi ultimi dalla tua rete principale, quella su cui transitano i dati del tuo computer di lavoro o del tuo home banking. In questo modo, anche se un sensore dovesse essere compromesso, l’attaccante non avrebbe accesso al resto della tua vita digitale. Queste strategie trasformano un potenziale rischio per la privacy in un sistema di sicurezza robusto e sotto il tuo completo controllo. Mentre il numero di città intelligenti continua a crescere, con stime che parlano di 379 smart cities sviluppate in 61 paesi, la protezione del perimetro domestico diventa ancora più cruciale.

Come proteggere i dati dei clienti nel cloud per evitare multe GDPR devastanti?

L’ecosistema della Smart City non coinvolge solo i cittadini e la pubblica amministrazione, ma anche un’immensa rete di aziende private, dalle startup ai colossi tecnologici, che forniscono servizi e gestiscono dati. Per queste aziende, la conformità al GDPR (General Data Protection Regulation) non è un’opzione, ma un obbligo legale la cui violazione può portare a multe astronomiche. La sfida principale è la gestione sicura dei dati dei clienti, specialmente quando sono archiviati su piattaforme cloud.

La responsabilità è condivisa: secondo il GDPR, il Comune (o l’ente pubblico) è spesso il Titolare del trattamento, mentre l’azienda che fornisce il software o il servizio è il Responsabile del trattamento. Entrambi sono tenuti a garantire la sicurezza e la corretta gestione dei dati. Per un’azienda, questo significa implementare misure tecniche e organizzative adeguate: crittografia dei dati (sia a riposo che in transito), gestione rigorosa degli accessi, anonimizzazione o pseudonimizzazione dove possibile e piani di risposta agli incidenti informatici. Ignorare questi aspetti, confidando ciecamente nella sicurezza offerta dal provider cloud, è un errore che può costare caro.

La protezione dei dati non è solo una questione legale o tecnica, ma etica. Come sottolineato da figure autorevoli, è un pilastro per il futuro delle nostre democrazie. In un intervento sul tema, la Vicepresidente del Garante per la protezione dei dati personali, Ginevra Cerrina Feroni, ha affermato che i principi di protezione dei dati sono uno strumento essenziale per “ribilanciare gli equilibri di potere tra governanti e governati” nelle città del futuro. Questo significa che le aziende che operano nella Smart City hanno una responsabilità che va oltre il profitto: sono custodi di informazioni che definiscono la vita digitale dei cittadini e devono agire con la massima diligenza per proteggerle.

Punti chiave da ricordare

  • Il comfort della Smart City ha un costo nascosto: la costante raccolta dei tuoi dati personali da parte di aziende specializzate (data broker).
  • Puoi sfruttare i servizi intelligenti (navigazione, segnalazioni) senza sacrificare la tua privacy, adottando pratiche di “minimizzazione proattiva dei dati”.
  • Il vero rischio del progresso tecnologico (come il 5G o l’IoT) non è per la salute fisica, ma per la sicurezza e la riservatezza della tua vita digitale.

Digital Divide generazionale: come imparare gli strumenti digitali indispensabili se hai superato i 50?

Mentre discutiamo di algoritmi, 5G e data broker, rischiamo di dimenticare una fetta enorme della popolazione che non è solo a rischio privacy, ma a rischio di esclusione totale. Il “digital divide”, o divario digitale, non è più solo una questione di accesso a Internet, ma di competenze. Per le generazioni più anziane, specialmente per gli over 70, la rapida digitalizzazione dei servizi essenziali si è trasformata in una barriera insormontabile. Fissare una visita medica, rinnovare un permesso o semplicemente pagare una bolletta richiede oggi competenze digitali che molti non possiedono.

Questo non è un problema individuale, ma sociale. Quando l’accesso a un diritto fondamentale, come la sanità, dipende dalla capacità di usare uno smartphone o un computer, lo Stato sta venendo meno a uno dei suoi compiti primari. L’esempio è lampante: come evidenziato in un’analisi del Garante Privacy, “già oggi se non hai accesso alla rete o uno smartphone, puoi avere difficoltà a fissare un prelievo di sangue o rinnovare un permesso per l’auto”. La Smart City, con la sua promessa di efficienza, rischia di diventare una “città per pochi”, lasciando indietro i più vulnerabili.

La soluzione non può essere delegata alla buona volontà di figli e nipoti. Servono programmi di alfabetizzazione digitale strutturati, accessibili e pensati specificamente per un pubblico adulto. Ma soprattutto, serve un cambio di prospettiva da parte delle istituzioni. Come ha affermato con forza Ginevra Cerrina Feroni, Vicepresidente del Garante Privacy:

Uno Stato deve occuparsi della difesa dei vulnerabili, mettendoli in condizioni di non essere lasciati indietro. Sennò parlare di digitalizzazione diventa pura retorica.

– Ginevra Cerrina Feroni, Vice presidente Garante Privacy

Una vera Smart City non è quella con più sensori, ma quella più inclusiva, capace di garantire che ogni cittadino, a prescindere dall’età e dalle competenze tecnologiche, possa accedere ai servizi e ai propri diritti.

Domande frequenti su Privacy e Smart City

Chi è responsabile in caso di violazione dati nelle Smart City?

Secondo il GDPR, la responsabilità è condivisa. Generalmente, il Comune agisce come Titolare del trattamento, definendo gli scopi della raccolta dati, mentre l’azienda fornitrice della tecnologia è il Responsabile del trattamento, incaricata di implementare le misure di sicurezza. Entrambi possono essere ritenuti responsabili in caso di violazione.

Quali sono i principali rischi per la privacy nelle città intelligenti?

I rischi maggiori derivano dalla raccolta massiva di dati tramite sensori e Big Data. Queste informazioni possono rivelare movimenti, abitudini di consumo, stato di salute e preferenze personali, creando un potenziale per la sorveglianza di massa, la profilazione commerciale o discriminazioni basate sui dati raccolti.

Come viene garantita la protezione dei dati nelle Smart City europee?

La protezione si basa sui principi del GDPR, in particolare sulla “privacy by design”. Ogni sistema deve essere progettato per raccogliere solo i dati strettamente necessari allo scopo dichiarato (minimizzazione), le informazioni devono essere criptate e, quando possibile, anonimizzate. Inoltre, i cittadini devono essere informati chiaramente e devono dare il loro consenso quando richiesto dalla legge.

Scritto da Alessandro Bini, Psicologo del Lavoro e Coach professionista, esperto in gestione dello stress, dinamiche sociali e psicologia del viaggio. Aiuta le persone a trovare equilibrio nell'era dell'iperconnessione.